“ PRESERVARE…O DIMENTICARE ? “

di Fabrizio Fusi

 

“…we cant preserve what hasn’t been defined…” (..non siamo in grado di preservare ciò che non è stato definito…).

Una citazione di grande effetto, indubbio....ma che induce alcuni quesiti:

Quanto   desiderio, volontà e necessità abbiamo di preservare un qualcosa ? O meglio, abbiamo una vaga cognizione di cosa realmente rappresenti il preservare, senza farci spaventare da chissà che cosa ?

Preservare, implica l’esistenza di un qualcosa che era prima e che vogliamo rimanga .

Il dibattito è lungamente aperto da tempo, su questo tema e sinceramente non so dare ragioni sulla necessità od utilità di ciò, in un senso od in un altro. Probabilmente dipende più da un desiderio che da una necessità ? Forse si, forse no..forse è sia necessità per un futuro migliore che desiderio di ricordare per non rimpiangere il passato. Sia quel che sia, la realtà attuale è una: più avanza il progresso più ci viene “insegnato” il passato e veniamo educati al rispetto ed alla conservazioni delle tradizioni. Cresce così in noi ( per induzione o per presa di coscienza ) il desiderio di riscoprirci e confrontarci con il passato nostro e con quello di culture che solo in apparenza sembravano non appartenerci. Ed allora ecco riscoprire una vecchia usanza, un piatto tipico, una attività artigianale dimenticata, l’arte e la "conservazione" del patrimonio architettonico e culturale, il "biologico" direttamente da realtà rurali passate, un dotto pensiero od una massima del “ tempo che era “, da tutte le storie e le realtà del pianeta. La storia universale dell'umanità che prepotentemente ci rammenta e ci ammonisce di non dimenticare.....l'attuale consapevolezza di una "necessità" irrinunciabile. E’ un costante fervore intorno alla riscoperta, al ricordare, al re-imparare per poter tramandare….e non è solo nostalgia, a mio avviso, c’è qualcosa di più !!

…Ma quando si parla di cinofilia..eh no, cambia tutto…il progresso  piace perché diventa una facile scusa per giustificare la deliberata facoltà di stravolgere “il definito“ e rivendicare il diritto al cambiamento, nell’ inconsapevolezza che forse, quello che a cui aspiriamo non è cambiamento ma preservazione, pura e semplice.

L’aussie è un cane che “piace” sempre di più, ma cosa ci piace di lui…o meglio siamo certi di sapere che ciò che piace sia giusto…o che quello che ci piace in lui non abbia in realtà radici antiche  ? Io credo che “come“ piace alla stragrande maggioranza sia sostanzialmente corretto ( un cane equilibrato, intelligente, con senso della famiglia, attivo, addestrabile, ecc….). Ma sappiamo perché ci piace così e cosa fare per continuare a farcelo piacere ?

L’aussie è così perché fu “definito” e non parlo solo esteticamente o morfologicamente in senso stretto ( benché anche questo abbia la sua correlazione con gli aspetti caratteriali ), ma principalmente perché fu definito il suo carattere ! La storia ci ha consegnato l'aussie che tutti desideriamo, definito così come lo vogliamo.

Fu ASCA, nella redazione del suo primo breed-standard a dare basilare e fondamentale importanza alla descrizione caratteriale definendolo “ intelligente, prima di tutto un cane da lavoro, dotato di forte istinto per la pastorizia e la guardia. Un eccezionale compagno versatile e facilmente addestrabile che assolve ai suoi compiti con grande stile ed entusiasmo. Riservato con gli estranei…..” e lavorò nella selezione proprio per “ preservare “ tutto questo: l’australian che a tutti piace così tanto !!!

Allora perché farsi sviare in facili equivoci, non so da chi o da che cosa ma forse con buona responsabilità  “ dal sistema “ ? Un sistema sul quale non voglio sentenziare o giudicare ma che sembra dirigersi, ormai palesemente, verso un progressivo e costante abbandono del patrimonio genetico istintivo e caratteriale perché tanto “ormai non servono cani per guidare mandrie di bovini e pecore “, “nessuno ha il tempo e la voglia di portare i propri cani ad addestrare in lavoro “, “qui non siamo in USA “… o peggio “  mi auspico un futuro con bistecche cibernetiche di sintesi e meno bovini “, così si sancirà una volta per tutte la definitiva inopportunità dei cani da lavoro….

Dunque niente di più sbagliato che farsi indurre nell’errore di desiderare un australian più a misura moderna, equilibrato e gestibile, pensando che ciò derivi necessariamente dalla “diluizione” delle doti caratteriali e istintive, da un equilibrio  fittizio che molti pensano, erroneamente, di dover  "ricreare", poichè quello che vogliamo c'è già e sarà garantito  dalla semplice "preservazione" di ciò che era  scritto da tempo immemore….e che rischiamo di perdere definitivamente, rassegnandoci ad un progresso di etichetta e superficiale che non ci deve travolgere, ma che dobbiamo invece solo sfruttare all'occorrenza

Io, dal canto mio, per i miei figli auspico un futuro con sempre più mucche e pecore e meno carne cibernetica….e se per questo serviranno dei buoni  cani da lavoro, che dire….CHE SIANO AUSSIES !!!!!